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Innanzitutto partiamo dal nome: termovalorizzatore. Una definizione che esiste solo in italiano e che evoca l'idea ingenuamente falsa che si ricavi valore economico dall'operazione di incenerimento dei rifiuti. A sostegno di questa tesi "è necessario ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o della conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione. Il che significa che, secondo le leggi che regolano l’universo, noi riusciamo solo a trasformare le sostanze, ma non ad annullarne la massa. Ciò che avviene quando s'inceneriscono i rifiuti". Quindi "se noi bruciamo l'immondizia, altro non facciamo se non trasformarla in particelle tanto piccole da farle scomparire alla vista e la trasformazione produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche". Questo non lo dico io, ma Stefano Montanari, direttore Scientifico del laboratorio "Nanodiagnostics" di Modena. Il professore ci spiega quanto siano pericolose le polveri finissime che si generano con la combustione di rifiuti.
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Secondo Montanari le polveri più pericolose, oltre alle già note diossine, sono quelle più sottili - pm 2,5 cioè particelle con un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron, le pm 1 con diametro di 1 micron e le pm 0,1 con diametro di 0,1 micron - che sfuggono ai criteri di valutazione stabiliti dalla legge vigente. Infatti "non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo" sostiene Montanari "ma dal punto di vista dei calcoli che si fanno in base alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il "termovalorizzatore" produce pochissimo pm 10 - le uniche particelle prese in considerazione dalla normativa - e la quantità enorme di altro particolato non rientra nelle valutazioni. Ragion per cui, a norma di legge l’aria è pulita". Ma gli effetti di queste polveri sono devastanti e generano le cosiddette nanopatologie, causa di malformazioni fetali, tumori infantili, malattie allergiche, infiammatorie e neurologiche. Si tratta di particelle inorganiche, non biodegradabili, non biocompatibili e proprio per questo ineliminabili dal nostro organismo, rendendo la possibilità di insorgenza delle patologie "eterno" - vale a dire per tutta la durata della vita umana.
"Affermare, poi, che incenerire i rifiuti significa non ricorrere più alle discariche" continua Montanari "è un ulteriore falso, dato che le ceneri vanno smaltite per legge - decreto Ronchi - in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo B1". Inoltre c'è un altro falso mito da sfatare riguardo la convenienza economica degli inceneritori dal punto di vista della produzione energetica. Infatti i "termovaloriazzatori" beneficiano del contributo Cip 6 - non si sa bene a che titolo - destinato alle fonti energetiche rinnovabili e che paghiamo nella bolletta elettrica: senza il Cip 6 la produzione di energia da rifiuti non sarebbe affatto conveniente. Infatti secondo uno studio del 2005 condotto dall'Università Bocconi il costo di 1 MWh prodotto da un impianto idroelettrico medio è di 66 euro, da un impianto eolico 63 euro, da biomasse 121 e da solare fotovoltaico 280. L'incenerimento di rifiuti solidi urbani con recupero energetico - tenendo fuori il costo di gestione e trattamento dei rifiuti prima che arrivino all'inceneritore - è invece di 228 euro MWh. Una cifra assurda che, oltretutto, toglie fondi alle rinnovabili le quali con il contributo del Cip 6 diventerebbero relamente convenienti e senza catastrofiche conseguenze per la nostra salute.
Fonti:
- Greenreport: Ecco perché gli inceneritori non sono la soluzione al problema dei rifiuti
- Nanodiagnostics
- Video della conferenza tenuta dal professor Montanari: Nanopatologie - Morire a norma di legge
- WWF
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Finché la cosa non viene indagata non si può dire, cosa che invece fanno i molti per i quali la negatività dell'incenerimento è diventato una specie di dogma religioso.