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Generalmente, se si pensa all'Africa, dopo anni di documentari televisivi sulla savana, sulle piramidi che nascono sulla sabbia, i film sui deserti o le foto dell'amico che ti mostra le dune e il deserto a ridosso di "Sharm", è difficile focalizzare l'immagine su una terra verde dove le foreste potrebbero scomparire entro i prossimi 50 anni. In realtà è proprio quello che sta succedendo alle foreste tropicali del bacino del Congo che sono di poco inferori a quelle amazzoniche. Un area forestale, quella congolese, che si assottiglia al ritmo di circa quindicimila chilometri quadrati l'anno con un tasso di perdita pari al 5% del suo totale ogni dieci anni.
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Ebbene, pensate ancora all'Africa come terra deserta oppure provate a immaginare quante piante ci stiamo giocando in nome dello sviluppo fatto di estrazioni minerarie, legname e terreni coltivati, magari per freschi ortaggi di "stagione" da consumare anche quando in europa è Natale?
Provate a immaginare quante specie di mammiferi, circa 400, possono scomparire dopo aver migrato in aree sempre più limitate e minacciate? E ancora, su quali rami d'albero andranno a posarsi 655 specie di uccelli o dove conserveremo i campioni di 10 mila esemplari di piante autoctone per farle ammirare a qualche studioso del prossimo secolo?
Niente paura ci stanno pensando gli ambientalisti occidentali con i progetti di certificazione: aree dove si può tagliare, disboscare e creare moderne infrastrutture produttive, ma certificando che poi si ripianterà. Solo che la differenza di tempo necessaria perchè una nuova pianta cresca al pari di quella tagliata non è di qualche settimana e intanto, come dicono i numeri, vengono liberati ogni anno 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Per quest'ultima cosa facciamo? Altra bella certificazione?
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